Beta-talassemia: cellule staminali modificate eliminano le trasfusioni

Un nuovo trattamento basato su cellule staminali modificate geneticamente ha permesso a cinque pazienti con beta-talassemia grave di interrompere le trasfusioni di sangue entro un mese dall’infusione. I risultati dello studio di fase 1, condotto dai ricercatori della ShanghaiTech University, sono stati pubblicati su Nature.

La beta-talassemia è una malattia del sangue ereditaria in cui il corpo non riesce a produrre correttamente una componente essenziale dell’emoglobina. Chi ne soffre dipende da trasfusioni regolari per tutta la vita, un percorso lungo e spesso estenuante.

Il trattamento prevede una singola infusione di cellule staminali prelevate dallo stesso paziente e modificate in laboratorio tramite editing genetico. La modifica riattiva la produzione di emoglobina fetale, una forma naturale di emoglobina presente prima della nascita che non dipende dalla componente difettosa. Tutti e cinque i pazienti hanno interrotto le trasfusioni entro un mese. A tre mesi dal trattamento i livelli di emoglobina risultavano nella norma, e questi risultati si sono mantenuti stabili per un periodo mediano di follow-up di 23 mesi.

Saranno necessari ulteriori trial su una popolazione più ampia per confermare questi risultati. Tuttavia, la prospettiva di un trattamento unico in grado di eliminare la dipendenza dalle trasfusioni rappresenta un passo avanti importante per i pazienti con beta-talassemia.

Fonte: Nature

Zorevunersen: risultati promettenti per i bambini con sindrome di Dravet

Un nuovo farmaco sperimentale, Zorevunersen, ha mostrato risultati promettenti nei primi trial clinici su bambini affetti dalla sindrome di Dravet, una forma rara di epilessia genetica resistente ai trattamenti convenzionali. Lo studio, condotto da UCL e dal Great Ormond Street Hospital di Londra, è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine.

La sindrome di Dravet si manifesta con crisi epilettiche difficili da controllare, spesso accompagnate da ritardi nel linguaggio e nello sviluppo. Le terapie attuali mirano a ridurre la frequenza e la gravità delle crisi, ma nella maggior parte dei casi risultano insufficienti.

Il trial ha coinvolto 81 bambini di età compresa tra 2 e 18 anni, che prima dello studio avevano in media 17 crisi al mese. Dopo una dose di 70 mg di Zorevunersen le crisi si sono ridotte in media del 50%, mentre dopo tre dosi la riduzione ha raggiunto circa l’80%. I partecipanti hanno anche mostrato miglioramenti nella qualità della vita, nelle capacità motorie e nella comunicazione. Il farmaco è risultato sicuro e ben tollerato.

È ora previsto un trial di fase 3 per valutare la sicurezza a lungo termine e identificare i pazienti che potrebbero beneficiarne maggiormente. Se i risultati saranno confermati, Zorevunersen potrebbe diventare il primo trattamento in grado di agire sulla causa genetica della malattia, anziché limitarsi a gestirne i sintomi — una svolta potenzialmente significativa anche per altre forme di epilessia genetica.

Fonte: The Guardian

Apnea del sonno: uno studio europeo apre la strada a una terapia farmacologica

Un trial clinico europeo pubblicato su The Lancet suggerisce che il farmaco sultiame potrebbe ridurre significativamente le interruzioni respiratorie nei pazienti con apnea ostruttiva del sonno da moderata a grave, aprendo la possibilità di un’alternativa in pillole ai dispositivi CPAP.

Lo studio ha coinvolto 298 pazienti in quattro paesi europei, suddivisi tra chi ha ricevuto il farmaco a dosi diverse e chi un placebo. I pazienti trattati con le dosi più alte hanno registrato fino al 47% in meno di pause respiratorie durante il sonno, con un miglioramento dei livelli di ossigeno notturni. Gli effetti collaterali riportati sono stati generalmente lievi e transitori.

Il sultiame, già approvato per il trattamento di una forma di epilessia infantile, agirebbe stabilizzando i segnali cerebrali che controllano la respirazione, riducendo la tendenza delle vie aeree superiori a collassare durante il sonno — il meccanismo alla base dell’apnea ostruttiva.

Attualmente, la terapia principale per questa condizione è il CPAP, un dispositivo che mantiene le vie aeree aperte tramite una maschera. Sebbene efficace, fino alla metà dei pazienti smette di usarlo entro un anno per via del disagio che provoca. L’apnea del sonno non trattata è associata a un aumentato rischio di ipertensione, malattie cardiovascolari, ictus e diabete di tipo 2.

Jan Hedner, professore di medicina polmonare all’Università di Göteborg e tra i principali autori dello studio, ha definito i risultati una vera e propria svolta. Sono ora previsti studi più ampi per valutare la durata degli effetti nel tempo e la sicurezza del trattamento su popolazioni più vaste.

Fonte: The University of Gothenburg

Cirrosi alcolica: l’astinenza può invertire le complicanze anche negli stadi avanzati

L’astinenza completa e permanente dall’alcol può portare alla regressione delle complicanze epatiche, anche nei casi di cirrosi alcolica avanzata. È quanto emerge da uno studio multicentrico internazionale condotto dalla Medical University of Vienna, pubblicato sul Journal of Hepatology.

Lo studio ha coinvolto 633 pazienti con cirrosi alcolica provenienti da 17 centri specialistici in Europa e Asia, tutti in astinenza dopo aver sviluppato eventi di scompenso epatico — ovvero complicanze gravi come accumulo di liquido addominale (ascite), alterazioni dello stato mentale (encefalopatia) e sanguinamento da varici esofagee. Tradizionalmente, queste complicanze erano considerate un segnale di irreversibilità della malattia.

I risultati sfidano questo paradigma: entro cinque anni, circa un terzo dei pazienti ha raggiunto la cosiddetta “ricompensazione”, ovvero la completa risoluzione delle complicanze epatiche con simultaneo recupero della funzionalità del fegato. Il fattore decisivo, oltre alla gravità iniziale della malattia, è stato l’astinenza completa e precoce: iniziarla subito dopo la comparsa delle complicanze può più che raddoppiare le possibilità di ricompensazione.

L’impatto sulla sopravvivenza è stato notevole: nessuno dei pazienti ricompensati rimasti astinenti è deceduto per cause epatiche, con una riduzione significativa anche del rischio di tumore al fegato e della mortalità complessiva.

Lo studio sottolinea il ruolo centrale dell’astinenza come intervento terapeutico più efficace per le malattie epatiche alcol-correlate, evidenziando anche l’importanza dei programmi strutturati di supporto all’astinenza. Gli autori avvertono che tagli ai servizi di supporto per le dipendenze potrebbero tradursi in morti evitabili e in un aumento dei costi sanitari legati alle complicanze della cirrosi avanzata.

Fonte: Medical University of Vienna

HIV: una nuova compressa semplifica la terapia a lungo termine

Una nuova compressa orale giornaliera che combina due farmaci antiretrovirali — bictegravir e lenacapavir (BIC/LEN) — potrebbe sostituire i regimi terapeutici più complessi utilizzati dalle persone che vivono con l’HIV da lungo tempo. I risultati di uno studio clinico di fase 3, pubblicato su The Lancet, lo confermano.

Lo studio ha coinvolto oltre 550 persone con HIV in 15 paesi, con un’età mediana di 60 anni, decisamente più elevata rispetto ai partecipanti tipici dei trial su farmaci anti-HIV. Circa il 96% di chi è passato alla nuova terapia ha mantenuto la soppressione virale (carica virale sotto le 50 copie/mL), un risultato in linea con chi ha continuato il trattamento precedente. Non sono stati registrati nuovi casi di resistenza ai farmaci.

Prima dell’arruolamento, la maggior parte dei partecipanti assumeva tra 2 e 11 compresse al giorno, con il 40% che prendeva antiretrovirali più volte al giorno. Molti presentavano anche altre patologie, come malattie cardiovascolari o renali. Nel nuovo regime, non sono stati identificati problemi di sicurezza rilevanti, e molti partecipanti hanno registrato meno effetti collaterali legati ai lipidi, come l’aumento del colesterolo, con potenziali benefici per chi è a rischio cardiovascolare.

I partecipanti hanno riferito che la nuova terapia è più semplice e comoda da seguire, un fattore fondamentale per garantire l’aderenza terapeutica negli anziani, in chi ha sviluppato resistenze in passato, o in chi assume già numerosi farmaci per altre condizioni.

Sono in corso ulteriori studi per confermare la sicurezza e l’efficacia a lungo termine della compressa BIC/LEN.

Fonte: The Lancet

Diabete di tipo 1: una nuova terapia cellulare punta alla guarigione definitiva

Ricercatori della Medical University of South Carolina stanno sviluppando una terapia sperimentale a due componenti che potrebbe portare alla guarigione del diabete di tipo 1, senza ricorrere a farmaci immunosoppressori. Il progetto, finanziato con un milione di dollari dall’organizzazione Breakthrough T1D, combina cellule beta produttrici di insulina con cellule immunitarie modificate per proteggerle.

Nel diabete di tipo 1, il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Chi ne è affetto dipende da iniezioni quotidiane di insulina per tutta la vita. Sebbene esistano trapianti di cellule beta, questi richiedono tessuto donato — spesso scarso — e farmaci immunosoppressori a lungo termine per evitare il rigetto.

La nuova strategia affronta entrambi i problemi. Da un lato, le cellule beta vengono prodotte in laboratorio a partire da cellule staminali, eliminando la dipendenza dai donatori. Dall’altro, vengono utilizzate cellule immunitarie regolatrici — chiamate Treg — modificate geneticamente per riconoscere le cellule beta trapiantate e proteggerle dall’attacco immunitario, agendo come una sorta di “guardie del corpo” su misura.

Nei modelli animali, gli effetti protettivi sono durati fino a un mese. I ricercatori stanno ora lavorando per estendere questa durata e migliorare i metodi di somministrazione. L’obiettivo finale è una terapia pronta all’uso, producibile su larga scala e applicabile anche a chi convive con la malattia da molti anni.

Se i risultati saranno confermati, questa ricerca potrebbe trasformare il diabete di tipo 1 da condizione da gestire per tutta la vita a malattia curabile, con potenziali implicazioni per l’intera medicina rigenerativa.

Fonte: Medical University of South Carolina